MALELINGUE
Ogni giorno da circa un mese sempre alla stessa ora un uomo riaccompagnava a casa Giovanna. Era la mia vicina, non la conoscevo, ma di lei avevo scoperto tutto. Per via della mia insonnia, spesso mi soffermavo ad osservare il mondo esterno dalla finestra, così quasi per caso cominciai ad interessarmi alla sua vita: abitava nel palazzo davanti al mio con sua madre, la vedevo entrare e uscire tante volte che ormai sapevo quando era felice e quando era triste. L'avevo incrociata la prima volta nell'atrio sotto casa. Era seduta ad un gradino e fumava, aveva dei lunghi capelli neri che le scendevano fin sotto la spalla, un corpo da donna, tondeggiante ma armonioso e dei dolcissimi occhi verdi da togliere il fiato. Faceva la commessa in un negozio di abbigliamento a Polignano a Mare: usciva di casa alle nove e rientrava alle ventuno. Sempre in perfetto ordine, impeccabile con il suo completo nero che era anche il suo colore preferito: lunedì, mercoledì e venerdì indossava il pantalone, negli altri giorni la gonna. Guidava una fiat Uno bianca che ogni tanto parcheggiava sotto il mio balcone dal quale riuscivo a vederla più da vicino. La domenica dormiva fino a tardi, rimaneva a casa fino alle diciotto e poi usciva con le sue amiche che regolarmente la passavano a prendere per il solito giro in Largo della Corte, il belvedere di Conversano e poi il caffè al Mediterraneo, posto che frequentavo anch'io per via di Sergio, un amico innamorato della cassiera.
A colpirmi fu subito il suo sorriso, ammaliante, ma i suoi occhi verdi, profondi, erano quasi sempre tristi. Per quanto fosse una donna solare non riusciva a nascondere un certo malessere interiore, non so bene legato a cosa, ma era palese, almeno a me. Alcuni suoi atteggiamenti erano la chiave di lettura di un'insofferenza di cui forse lei stessa non era consapevole: durante le discussioni si agitava in continuazione e quando era in imbarazzo si toccava la punta del naso con il dito indice della mano destra. Spesse volte l'ho sorpresa a fissare il cielo quasi attratta da una misteriosa forza. Ogni notte a mezzanotte era lì a seguire il destino della luna quasi vi fosse legato anche il suo. Solo più tardi avrei scoperto un'altra verità che va oltre ciò che può semplicemente apparire ai nostri occhi affamati di morbosa curiosità.
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Fu Enrica, medico chirurgo a raccontarmi i particolari: era diventata la mia amante nel corso di una folle estate all'insegna della sregolatezza. Dopo aver fatto l'amore ci si abbandonava a lunghe chiacchierate spaziando in lungo e in largo campi comuni, analizzando il comportamento di questo o quell'altro per il gusto semplice di osservare. Mi fu facile far scivolare il discorso su Giovanna senza farle comprendere le ragioni, in fondo ci eravamo incontrati proprio grazie a questa misteriosa donna, che stava diventando per me una vera e propria ossessione. Avevano studiato insieme nei primi anni di Università, poi Giovanna aveva dovuto abbandonare: ultima di otto figli, ancora seguiva la madre affetta da depressione. La notizia mi turbò molto, immaginavo la sua vita proiettata in un'altra dimensione, oltre i confini di un paese di provincia come quello in cui io e lei, nostro malgrado, vivevamo per diritto di nascita. Una comunità accogliente ma gretta, fatta di malelingue, superstizioni e iatture.
Nonostante l'evoluzione dei tempi, il modernismo e il progresso più di una volta mi era capitato di assistere a strani rituali che mia nonna Lucrezia eseguiva con grande convinzione in un'atmosfera silenziosa e di preghiera sostenuta dalle credenze che aveva ereditato dal passato, trasmessole oralmente da sua nonna, così avrebbe fatto con me prima di morire la notte di Natale.
“T'hann affascnet” (dal dialetto conversanese: ti hanno fatto il malocchio, letteralmente ti hanno affascinato), mi diceva ogni volta che rientravo a casa con un forte mal di testa. “Adriano vine du che tu lev” (vieni che qui che te lo tolgo). Era una magia speciale a cui mi sottoponevo volentieri per far felice l'unica donna che davvero amavo, pur rimanendo ogni volta dubbioso. La seguivo con gli occhi mentre si muoveva a fatica in cucina, trascinando le gambe per via del suo enorme peso. Poi dopo aver preso un piattino colmo d'acqua e aver intinto il pollice della mano destra nell'olio di oliva, quello fatto da mio padre, mi si avvicinava, mi faceva sedere su una sedia, poggiava il pollice sulla fronte e recitando in silenzio una strana preghiera mi disegnava tre o quattro croci fino a quando non terminava. Poi ancora una volta intingeva lo stesso dito nell'olio d'oliva e ne faceva cadere alcune gocce, piano piano, nel piattino con l'acqua. Ogni volta la goccia a contatto con l'acqua si apriva formando in controluce un arcobaleno. “Ha vest' Adriano – urlava felice mentre continuava nelle sue operazioni – u tin f'rt, qualch' uagnescl t'affascnet, nu curn ti ha regalè” (hai visto Adriano ce l'hai forte, avrai incontrato qualche ragazza che ti ha affascinato. Ti devo regalare un corno). E ripetendo sotto voce le sue formule segrete continuava nel rituale. Accendeva due fiammiferi e li lanciava nello stesso piattino, poi per eliminare definitivamente ogni elemento negativo munita di un grosso paio di forbici finiva per tagliare quell'acqua che rimaneva sul lavandino della cucina per tre o quattro giorni. Forse per suggestione o forse perchè certe volte mi ha proprio convinto, il mal di testa mi passava davvero: provavo quasi una sensazione di leggerezza come se qualcuno, effettivamente, mi avesse liberato da un enorme peso.
Bastassero acqua e olio per vincere la cattiveria della gente allora mia nonna sarebbe diventata la regina della pace nel mondo, in realtà a certuni piace distribuire gratuitamente parole che feriscono e uccidono più di un coltello come a me piace stare alla finestra a guardare, o per essere sinceri a spiare nella vita degli altri semplicemente per vivere altre vite perchè la mia non è sufficiente.
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Una domenica pomeriggio Giovanna uscì di casa con un sorriso meraviglioso, sprizzava gioia e felicità. Indossava un abitino rosso, molto leggero in maglina elasticizzata e delle scarpe bianche. Diversamente dal solito non prese la sua auto, ma un uomo di bell'aspetto passò a prenderla. Lei entrò nell'auto, una Volvo nera, con molta naturalezza, come se ci fosse entrata diverse volte, si sistemò il vestito e poi pose le sue labbra sulle guance di lui. I due partirono subito dopo, per farvi ritorno il mattino seguente. La vidi rientrare in punta di piedi, dovevano essere le cinque, mentre si accingeva ad aprire il cancello di casa tentando di non far rumore: non voleva attirare l'attenzione. Ma come io avevo udito nel silenzio più totale di quei primi giorni d'estate il rombo dell'auto accesa anche altri avrebbero potuto accorgersi delle sue scappatelle d'amore. Sì era innamorata e glielo si leggeva in faccia, ma in fondo non faceva male a nessuno, da tempo ormai era sola. Il suo ultimo fidanzato, un professore di lettere con la puzza sotto il naso, l'aveva lasciata perché, secondo le voci delle pettegole del quartiere, non aveva la laurea e soprattutto soldi.
Gli incontri con l'uomo con la Volvo nera aumentarono di giorno in giorno e ogni giorno rientrava sempre all'alba, tuttavia fresca come una rosa si rimetteva in piedi e alle nove andava a lavoro.
In un giorno piovoso d'agosto Giovanna scomparve all'improvviso: molti accorsero in casa sua per aiutare la sventurata madre, alcuni solo per avere i particolari della vicenda. C'è chi giurava di averla vista la mattina a Polignano in giro con la sua macchina, chi ipotizzava un suicidio dal ponte di Lama Monachile per via della depressione che aveva ereditato dalla madre e chi invece pensava che fosse scappata con l'uomo della Volvo: era sposato, bisbigliava la gente. Fu rintracciato e interrogato ma ne uscì pulito: quel giorno era a Padova per il matrimonio di un amico e Giovanna non l'aveva incontrata. Il giorno dopo l'accaduto lessi con attenzione tutte le pagine dei giornali dedicate al caso, cercavo qualche particolare che potesse aiutarmi a capire cosa le fosse realmente accaduto. In un primo momento con leggerezza sentenziai la colpevolezza dell'uomo, ero arrabbiato e furioso. Da un mio amico di Polignano avevo saputo che era davvero sposato, ma dopo dieci anni di matrimonio e un figlio aveva lasciato la moglie. L'incontro con Giovanna era avvenuto a un anno dal divorzio ma secondo le malelingue pare che i due si conoscessero dai tempi del liceo. Si erano amati in gioventù, erano stati felici, poi lui finì sposato ad un'altra perché una sera durante una festa si ubriacò e andò a letto con una sconosciuta che mise incinta. Aveva solo 18 anni. Fu un brutto colpo per quella giovane donna con tante speranze per il futuro, per un anno scomparve da Conversano, preferì trasferirsi a Bari dove cercò di ricominciare una nuova vita senza riuscirci. Così lei stessa scriveva in un diario segreto che aveva nascosto nella sua stanza. Furono gli investigatori a trovarlo e a consegnarlo nelle mani del pubblico ministero della Procura di Bari che si occupava del caso. Alcune pagine risultavano strappate, scrissero i cronisti che erano riusciti a farsi dare stralci di quei ricordi mettendo a nudo la sua vita senza sapere se fosse ancora viva o morta. Venne fuori un quadro di lei completamente stravolto, ma io continuavo a sperare di rivederla salire quelle scale così come la ricordavo felice e solare.
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Dopo la denuncia della sua scomparsa i carabinieri della Compagnia di Monopoli cominciarono a controllare il quartiere, c'erano militari in borghese dappertutto, a prima mattina si appostavano nel bar dell'angolo oppure al mercato. Alcuni investigatori passarono in rassegna tutti i condomini: cercavano informazioni, indizi, ma nessuno aveva visto o notato nulla di particolare, vennero anche da me inutilmente. Da quel momento cominciai a guardare in cagnesco tutti i miei vicini e cercai di ricostruire gli ultimi giorni in cui avevo visto Giovanna da sola. Le immagini mi scivolavano nella mente come in un film ma non riusci a cavarne un ragno dal buco, fino a quando nel quartiere non cominciò a circolare una voce secondo la quale era scappata chissà dove per sfuggire alla vergogna: dietro quella faccia d'angelo si nascondeva una mascier (strega), una di quelle donne che con filtri e fatture riesce a fare delle persone ciò che vuole, anche a catturarne l'anima e venderla al demonio. Documenti nascosti nell'archivio diocesano di Conversano-Monopoli, pubblicati da una studiosa di cultura popolare, di fatto avevano attestato la presenza di queste donne nel periodo medioevale: in alcune carte dei processi della Santa Inquisizione si faceva espresso riferimento ad una certa Paola de Marchesale, originaria di Conversano. La poverina venne condannata a morte sul rogo il 28 aprile 1675, fu accusata di stregoneria dal marito ubriacone e dai suoi vicini di casa. Furono soprattutto le dicerie sulle sue presunte magie a rovinarle l'esistenza: giurarono di averla vista utilizzare un cuccumillo d'olio, bene prezioso a quei temi, per far calmare i pianti del suo bambino, guarire un storpio e far tornare la vista ad un cieco. Era lo stesso rito che continua a fare oggi mia nonna.
Solo una diceria anche la storia su Giovanna alimentata da un cronista del Gazzettino di Puglia desideroso di acquistare notorietà, aveva raccolto qui e là delle presunte testimonianze di gente che avrebbe visto la masciara invocare il demonio nelle notti di luna piena. Dichiarazioni a dir poco assurde che mai avrebbero trovato consensi in un aula di Tribunale e soprattutto tra persone dotate di buonsenso. Il caso volle però che quella notizia seppur assurda fu ripresa da un giornale nazionale che aveva fatto un'inchiesta sulle sette sataniche in Italia: l'ipotesi sembrava assumere ogni giorno connotati quasi reali, Giovanna poteva essere caduta insieme ad altre giovani donne proprio nelle grinfie di uno di questi fantomatici gruppi: i seguaci dell'angelo dai cento occhi.
Volevo vederci chiaro, conoscevo queste storie di orgie di indemoniati, mi erano state raccontate da amici cocainomani, tante volte si erano vantati di avervi partecipato ma non potevo immaginare che la realtà superasse la fantasia. Decisi di verificare. Tramite un amico di un amico, feci sapere a persone di un certo giro che ero disposto a pagare una somma rilevante pur di partecipare ad una messa Satanica. Dovetti aspettare un mese prima di ricevere qualche segnale, in realtà avevo perso le speranze, credevo che tutto come al solito fosse il risultato della fervida immaginazione della gente. Invece non fu così. Non vi nascondo che la telefonata del tipo che mi contattò mi spaventò molto: aveva la voce contraffatta, non riusci a riconoscerne il timbro o l'inflessione, mi dette veloci indicazioni sull'appuntamento: il 24 dicembre a mezzanotte, Convento di San Benedetto. Se solo mia nonna avesse scoperto cosa stavo combinando sarebbe morta di crepacuore e avrebbe acceso mille candele a Santa Lucia per aprirmi gli occhi.
In realtà nemmeno io sapevo a cosa andavo incontro, avevo preso tutto un po' alla leggera per via di quel senso del rischio che mi accompagna da quando sono nato. Quella notte non riuscì a prendere sonno e così le notti successive; vissi d'angoscia ogni giorno che trascorse fino alla data dell'appuntamento, pensavo di essere seguito e spiato: immaginavo di trovare qualcuno in casa e mia nonna sgozzata come in uno dei film d'horror che prima di questa storia amavo guardare da solo davanti alla tv. Ogni rumore mi procurava agitazione, poi non riuscivo a capire che cosa c'entrasse in tutto questo il Convento. Perchè proprio lì. Ci andai diverse volte durante la messa per studiare un po' il posto, dare un'occhiata alle persone, ogni faccia che mi guardava assumeva uno sguardo diverso. Anche il prete aveva un aspetto strano, non l'avevo mai visto: di origine domenicana aveva preso a seguire la comunità della parrocchia dopo il veloce trasferimento del suo predecessore, don Cecè. Secondo quanto raccontavano le bizoche pare fosse caduto in tentazione più di una volta con qualche signora poco incline alla confessione bensì alla fornicazione. Un giornale scandalistico locale lo aveva anche spudoratamente diffamato con alcune fotografie che lo ritraevano in macchina con una fanciulla di giovane età. La Chiesa non ci faceva una bella figura per questo pare lo avesse fatto sparire velocemente.
Per approfondire le mie ricerche andai in biblioteca a consultare alcuni vecchi libri. Uno storico locale mi aveva suggerito di leggere una raccolta di leggende che lui stesso aveva scritto in gioventù ricostruendo alcuni episodi che erano realmente accaduti. Divorai tutto nel giro di poche ore ma della setta nessun riferimento, solo una fotografia in bianco e nero attrasse la mia attenzione. Ritraeva una grande porta in legno con su disegnati tanti occhi: era una strana coincidenza o aveva qualche attinenza con la setta che io cercavo? Con la santa pazienza mi rivolsi nuovamente allo storico, mi spiegò che quella foto era l'unica testimonianza che provava l'esistenza di una stanza segreta all'interno del convento di San Benedetto nella quale, un tempo, venivano rinchiuse le giovani fanciulle che volevano sfuggire al proprio destino di monache. I cento occhi simboleggiavano lo sguardo attento che la Chiesa aveva su di loro e la stanza serviva da monito a tutte coloro che avevano in mente di liberarsi dal vincolo ecclesiastico per congiungersi ad un uomo. Di fatti era tradizione a quei tempi, siamo nell'anno mille, che i figli cadetti si arruolassero e le figlie che non avevano diritti di successione, prendessero i voti, le donne di famiglie nobili pugliesi venivano accolte con la propria dote, ricca di possedimenti e privilegi, all'interno di Conventi di prestigio come fu il Monstrum Apuliae di Conversano (dal latino cosa meravigliosa ma altrettanto mostruosa) durante il potere quasi episcopale delle badesse mitrate: erano monache circestensi che indossando pastorale e mitra riuscirono a soggiogare la figura dei vescovi che mal tolleravano le loro imposizioni tra cui anche il rito del baciamano.
Ancora una volta il Convento tornava in ballo, ma di quella porta nessuno sapeva nulla: durante i restauri seppi che la Soprintendenza aveva fatto dei ritrovamenti archeologici interessanti, qualche tomba dell'età peuceta ma della porta dai cento occhi nessuna traccia. Fu solo per caso che un giorno, ascoltando le colorite conversazioni di alcuni muratori che frequentavano il bar dell'Angolo, scoprì che al di là delle tombe, in una stanza sotterranea, avevano trovato lo scheletro di un bambino. La notizia non era stata diffusa: la Chiesa aveva prontamente messo a tacere la Soprintendenza per non sollevare scandali. Chiamai subito lo storico che mi aveva già dato importanti indicazioni, volevo che fosse lui ad approfondire la faccenda, meglio di me conosceva certi meccanismi da superare per non destare troppi sospetti, un tempo era stato direttore della vecchia biblioteca civica che aveva sede proprio nel Convento e come lui nessuno conosceva i suoi misteri. Non fu molto sorpreso della notizia che gli riferii, probabilmente, mi disse, quel bambino era nato tra quelle mura oltre un secolo fa da una giovane novizia, poi era stato barbaramente soffocato da qualcuno per non far sorgere scandali che avrebbero messo a repentaglio l'onore e la reputazione dello stesso Convento con perdita di credibilità e dunque di economie.
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Fu un altro tragico episodio ad aumentare la mia tensione: un magazziniere fu trovato morto nei pressi della zona annonaria, vicino alla rotonda sulla strada in direzione Cozze-Mola di Bari: era riverso per terra a pancia in giù in una pozza di sangue con la testa rivolta ad Oriente. Lo avevano picchiato ferocemente, il viso era completamente sfigurato, l'assassino gli aveva strappato le pupille. Furono i suoi compagni di lavoro a riconoscerne il corpo dai vestiti che indossava il giorno della scomparsa: aveva lavorato dall'alba fino al pomeriggio, poi si era allontanato senza spiegazioni. I familiari avevano lanciato l'allarme solo a tarda ora non avendolo visto rientrare per la cena. Era una persona tranquilla, un uomo semplice, dedito al lavoro. La sua morte sollevò un altro polverone, la stampa accorse nel paese delle streghe, così ormai ci additavano. Mi precipitai immediatamente sul luogo del delitto fingendomi giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, volevo saperne di più. Immaginavo strani collegamenti con la scomparsa di Giovanna anche se i due casi non avevano nulla in comune, riconobbi tra i presenti alcuni carabinieri in borghese e il pubblico ministero che di fatto seguiva anche l'inchiesta della giovane scomparsa. Mentre scattavo alcune foto mi avvinai al PM, Elena Corante, era una donna molto affascinante sui quarant'anni, capelli castani occhi celeste polvere, di lei avevo già letto suoi giornali per il buon esito di un altro caso di omicidio. “Dottoressa - le dissi – pensa che questo omicidio e la scomparsa della donna di cui non si hanno più notizie da circa un mese siano collegate?” “C'è un'indagine in corso – mi rispose aspramente – non possiamo fare valutazioni di alcun genere”. E senza batter ciglio si girò e andò via. La rividi una settimana più tardi quando decisi di andare direttamente in Procura a Bari. Mi accreditati come giornalista per conto di un quotidiano regionale, avevo scoperto la procedura grazie ad un'amica che per anni aveva seguito la nera e la giudiziaria. Così la mattina potevo tranquillamente circolare nei corridoi del Palazzo di Giustizia senza avere problemi. Inizialmente fu dura, i giornalisti delle altre testate mi guardavano in cagnesco, pensavano di avere un altro concorrente per la caccia alla notizia e allo scoop della giornata. Di fatto non era così, a me interessava solo una cosa, scoprire che fine avesse fatto Giovanna, ma col tempo finì per essere coinvolto in un labirinto senza uscita. Il direttore del giornale per cui lavoravo cominciò a pretendere notizie, articoli e inchieste che cominciarono a fruttarmi anche un po' di quattrini.
Una mattina la dottoressa Elena Corante indisse una conferenza stampa, doveva annunciarci importanti novità sul caso dell'omicidio dell'agricoltore. Ci accolse nella sua stanza al secondo piano in fondo al corridoio sulla destra: un po' piccola per accogliere tutti noi ma ben organizzata. “Sul luogo del delitto – cominciò la dottoressa mentre nervosamente sorseggiava dell'acqua - abbiamo trovato alcune cicche di sigarette che sono state analizzate. Dalla saliva i carabinieri del Ris sono riusciti ad individuare il Dna del presunto assassino. La vittima è stata prima colpita alla testa e poi strangolata, visto come è stato ridotto il suo corpo quasi sicuramente il pestaggio è stato opera di un gruppo di due o tre persone”. A raffica i giornalisti cominciarono a tempestarla di domande, si era sparsa la voce che l'uomo, Giuseppe De Nicola, questo il nome dell'agricoltore, 40 appena, aveva grossi debiti di gioco e per pagarli aveva dovuto ipotecare la casa in cui la famiglia viveva, un segreto che solo lui conosceva, una brutta sorpresa per la moglie e i figli dopo l'omicidio. Il pm non confermò la notizia ma nemmeno la smentì, probabilmente, disse, l'episodio era riconducibile agli ambienti della malavita locale, l'efferato omicidio era stato eseguito da professionisti che avevano lasciato una firma indelebile: gli avevano strappato le pupille finanche il nervo ottico e ciò, a parer suo, aveva un significato più profondo, almeno da queste parti. Gli occhi si dice sono lo specchio dell'anima e togliendoli si da il senso di aver rubato a quel corpo l'anima, poi pare che negli occhi si imprima l'ultima immagine vista prima di morire. Un episodio del genere si era verificato sei anni prima a Capurso: una prostituta era stata uccisa alla stessa maniera, colpita alla testa con un'arma contundente e strangolata. Le mancavano gli occhi, l'autopsia rivelò che glieli avevano strappati crudelmente mentre era ancora viva, ma il colpevole non fu mai trovato.
Sulle tracce del ladro di occhi, così titolò il mio giornale il mattino seguente: era quello che volevano gli investigatori, la notizia passata in agenzia e alle televisioni doveva arrivare al diretto interessato, doveva servire a mettere il fiato sul collo al presunto assassino. Approfittai della conferenza stampa per fare una chiacchierata da solo con il Pm, le lanciai più volte degli ami per capire se in questa storia Giovanna potesse in qualche maniera essere coinvolta, ma abilmente deviò il discorso. Solo quando fu uscita dal tribunale, qualche ora più tardi mi fece chiamare dal suo autista e mi diede appuntamento in un bar di Palese. Ci incontrammo come due amici che non si vedevano da anni. Aveva capito che io sapevo più di quanto volessi dire ma non voleva occhi indiscreti e soprattutto orecchi, da tempo in Procura c'era qualcuno che dalla sua stanza spifferava indiscrezioni agli stessi indagati rovinandole le inchieste. Almeno così lei mi disse. Non mi rivelò nulla di più di quanto non sapessi ne io proferì parola, volevo prendere tempo per studiare chi avevo di fronte. Non sapevo se fidarmi, non riuscivo a spiegarmi come mai quella donna avesse deciso di scoprirsi in quel modo con me. Chiacchierammo un po' della nostra vita professionale e dopo un'ora abbondante ero già nella mia macchina di ritorno a casa. Assorto nei miei pensieri cercai di studiare quale potesse essere la mossa più giusta da fare, mi rimaneva poco tempo per agire. Di lì a due mesi avrei dovuto partecipare alla messa satanica e la cosa mi angosciava non poco. Da quel giorno, però, ogni giorno cominciai a frequentare la stanza della dottoressa, non parlavamo mai dell'omicidio ma di questioni più che altro personali, giusto il tempo di una sigaretta. Così piano piano entrammo molto in sintonia, lei aveva un dolcissimo sorriso, ammaliante e seducente, mi piaceva e se ne era accorta. Un giorno, ricordo, eravamo sulle scale d'emergenza del secondo piano della Procura quando ebbi l'istinto di baciarla: era il nostro rifugio per fumare indisturbati dopo aver bevuto l'orrido caffè della macchinetta. Mi rispose. Solo un bacio e andò via velocemente piantandomi in asso fino al giorno dopo quando mi chiamò dandomi un altro appuntamento, questa volta a casa sua. Viveva sola da ormai tre anni, dopo il divorzio da suo marito avvocato penalista, aveva ricevuto l'incarico a Bari grazie all'intermediazione di uno zio giudice della Corte di Cassazione ammanettato con politici di un certo livello. La sua era un'abitazione semplice proprio alle spalle del tribunale civile nel centro di Bari: salì le scale con una certa ansia, non so per quale ragione. Fui immediatamente colpito dalla ricchezza dei particolari della grande sala da pranzo dove mi fece accomodare appena entrato: quadri, fotografie che la ritraevano da ragazza, immagini di una vita felice ma ormai passata. Aveva acceso due tre candele per l'atmosfera, un po' di musica in sottofondo e in un angolo un tavolo apparecchiato: due bicchieri di cristallo e una buona bottiglia di salice salentino con dei crostini di pane intinti in olio d'oliva. Non ebbi il tempo di razionalizzare ero preso da quell'atmosfera rilassante, era da tempo che non mi sentivo così tranquillo in compagnia di una donna che non fosse stata mia nonna. Ci abbracciammo, cominciai a baciarla teneramente e poi selvaggiamente con una passione indicibile con cui lei stessa mi rispondeva, non volevo che questa sensazione avesse mai fine. Le strappai i vestiti di dosso, la sdraiai sul grande tappeto marocchino che aveva nel salone e mi avvinghiai al suo collo baciandola e mordendola dappertutto. Mentre mi sistemavo il preservativo, lei infilò la mano sotto il tappeto e tirò fuori un frustino, ebbi un sussulto: mi guardava con occhi inferociti, si alzò mi girò intorno è cominciò a picchiarmi sulla schiena prima dolcemente e poi sempre con più forza, con più vigore. Io godevo, si godevo ma ero io l'uomo, mi alzai le strappai il frustino di mano che lanciai lontano, la trascinai per terra e la penetrai con tutta la forza che avevo, lei affondò le sui unghie nella mia schiena fino a farmi sanguinare. Cominciai a colpirla con le mani sulle cosce nude volevo che urlasse, che tremasse, ma all'improvviso..., drin drin , qualcuno stava suonando il campanello di casa. In un attimo mi congelai, un brivido di freddo mi passò dietro la schiena. Ci fermammo e senza parlare ci portammo nella stanza da letto, esausti ci coricammo abbracciati come due innamorati. In quel momento non mi dette alcuna spiegazione, ci addormentammo. All'improvviso la passione aveva ceduto il passo alla stanchezza, ma il mio risveglio fu traumatico. In 45 anni di vita non mi ero mai trovato in una situazione di imbarazzo come quella che mi accade quella notte. Mi chiedo se capitano solo a me queste cose. Ero nudo come un verme abbracciato ad Elena al buio, dalle finestre solo la luce della strada quando all'improvviso mi resi conto che nella stanza non eravamo soli. Avevo gli occhi chiusi fingevo di dormire ma sentivo i rumori di passi e un respiro affannoso che faceva eco nella stanza. Sentì spostare questa ombra da una parte all'altra del letto, mentre borbottava qualche parolaccia. "Questa puttana se fatta già l'altro", bisbigliava, poi ancora rumori di passi e una porta sbattuta. Non avevo reagito, ero rimasto immobile, avevo preferito subire quell'invasione nell'intimità per non mettere Elena in imbarazzo. Mi aveva raccontato che nella sua vita c'era ancora un uomo con cui aveva più o meno chiuso, ma che comunque continuava a mantenere le chiavi del suo appartamento dove insieme avevano fino a quel momento convissuto. Non so se anche Elena avesse finto di dormire ma al mattino lei non accennò a nulla di quello che era successo, mentre mi preparava il caffè sorrise dicendo che con i nostri urli avevamo spaventato i vicini e che per questo qualcuno si era preso la briga di suonare il campanello. Gli sorrisi anch'io ma con nel cuore un forte dubbio sulla sua sincerità.
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Di quella notte non volevo avere ricordi, un po' sconvolto, un po' dubbioso sul da farsi, preferì scomparire dalla circolazione per qualche tempo, fino a quando un giorno all'uscita dalla redazione del mio giornale, nella zona industriale di Bari, mentre mi dirigevo in centro, un auto cominciò a seguirmi. Non riuscivo a capire chi fosse al volante, ma ogni volta che cercavo di allontanarmi mi raggiungeva. Ebbi paura. Sconvolto cominciai a correre come un forsennato in pieno centro a Bari, ero quasi vicino al cimitero quando una volante della Polizia mi fermò. A nulla valsero le mie spiegazioni su un uomo che mi seguiva, dietro di me nessuna traccia dell'auto misteriosa. Era la frottola più originale che avesse sentito quella mattina, mi disse il poliziotto, e sorridendo mi fece un bel verbale. Stavo cominciando a credere alle parole di mia nonna su certe persone che ti fanno il malocchio per invidia o chissà per quale strana ragione: insomma non me ne andava bene una. In realtà se devo dire la verità, mi sentivo uno sfigato e questa condizione aveva messo in subbuglio la mia esistenza sin da bambino, me ne capitavano così tante che ormai tale idea si era rafforzata nella mia testa tanto da condizionare anche le mie scelte di vita. Era assurdo sì, ma questa idea l'avevo meditata dopo un'attenta analisi dei miei pensieri; avevo compreso, infatti, che tutto aveva avuto inizio dopo un preciso episodio: ricordo ancora quando un giorno l'odiosa maestra delle elementari, che non mi sopportava per via delle condizioni umili della mia famiglia, decise non so per quale grazia ricevuta di assegnarmi il ruolo da protagonista in una recita di carnevale: vestito da arlecchino con in mano un cartello a forma di galletto dovevo girare tre o quattro volte su me stesso cantando una di quelle canzoncine cretine. Mentre facevo le prove all'improvviso fui preso da un giramento di testa, la maestra, cattiva, invece di venirmi vicino e aiutarmi, mi tolse il cartello e lo passò al mio compagno di banco, figlio di un noto avvocato del paese. Se ti senti male allora è inutile che fai questa cosa. Aveva sentenziato la megera. In quel preciso istante, mi sentì così solo, ma così solo e sfortunato che volevo piangere e urlare. Avevo sette anni, ma ingoiai il rospo e piansi a casa nella mia stanza al buio. Non ebbi il coraggio di confessare l'accaduto a mia madre, ma da quel giorno presi in odio i galletti, anche quelli del Mulino Bianco che mangiavo la mattina, e soprattutto la maestra. E nei suoi confronti tuttora che sono adulto nutro un rancore che non riesco a cancellare, perché in fondo questa proiezione sociale fatta all'interno dell'aula sarebbe stata poi inevitabile in altri contesti. Almeno questa era la mia convinzione, crescendo mi sono portato dietro questo pesante drappo seppure abbia cercato in tutte le maniere e con la forza di volontà di emergere, di diventare qualcuno. Di dimostrare a tutti chi ero.
E se invece che sfigato fossi pazzo e l'inseguimento me l'ero sognato? Se! Ci mancava pure questa cosa, allora sì che sarei diventato lo zimbello del quartiere. In realtà le cose stavano diversamente: ero finito in un grosso pasticcio per via della messa satanica e delle mie idee avventurose della vita, dietro le quali si nascondeva un disegno ancora più assurdo: diventare il salvatore di una dolce fanciulla per avere finalmente il piacere di essere ricordato come qualcuno che nella vita aveva fatto almeno qualcosa di buono. Con lo scopo più bieco di ricevere consensi e raccogliere magari un pizzico di celebrità. Di fatti dopo la conferenza stampa in Procura, ricordo che una signora vicina di pianerottolo, con la quale mai avevo scambiato una parola fino ad allora, mi fermò sulle scale e mi disse: “Uagliò, te so vest' a la television' s' dvdet mbortant” (dal dialetto conversanese: ragazzo ti ho visto alla televisione, sei diventato importante). Avevo acquistato visibilità nel mio quartiere, tutti mi guardavano con occhio diverso, solo perché una telecamera mi aveva inquadrato durante quell'incontro e amici e conoscenti mi avevano riconosciuto. Per tutti adesso ero u giornalist, anche la cassiera bona e tettona del Mediterraneo, che piaceva al mio amico, e che non mi si filava proprio aveva cominciato a farmi gli occhi dolci.
Ma qual era il prezzo da pagare? Di fatto avevo già dato una cospicua somma di denaro per l'adesione al rito satanico, non volevo e non potevo a questo punto tirarmi in dietro, tra l'altro i tipi volevano il resto nel giro di una settimana. Decisi di rischiare e di rivolgermi a Elena. Infondo cosa avevo da perdere! Le raccontai la verità e soprattutto le parlai del mio futuro appuntamento con i seguaci della setta satanica: l'angelo dai cento occhi. Nella mia ricostruzione della vicenda ritenevo che nella storia di Giovanna fossero coinvolte alcune persone della Bari bene, professionisti di un certo livello che dalle nostre parti organizzavano festini orgiastici nei quali coinvolgevano giovani donne in difficoltà economiche. E a queste feste in un modo o nell'altro poteva essere collegato l'omicidio di De Nicola.
Presi coraggio, e una domenica pomeriggio andai a trovarla a casa sua. Suonai il campanello e lei mi aprì. Mentre salivo le scale incrociai un uomo molto distinto: alto, pelato, vestito di nero. Riconobbi quel viso, l'avevo intravisto in alcune foto che Elena ancora aveva appese nella sala da pranzo. Forse era lo stesso di quella notte. Lui non mi riconobbe, o fece finta di nulla. Quando entrai nell'appartamento c'era uno strano silenzio, Elena era in cucina seduta davanti alla Tv accesa ma che teneva a basso volume, fumava una sigaretta. Non mi accolse sull'uscio, la raggiunsi e mi accomodai accanto a lei. Senza parlare, l'abbracciai. Scoppiò in un pianto a dirotto: tra le lacrime mi raccontò che la notte in cui eravamo stati insieme, il precedente partner ci aveva sorpreso nella stanza. Aveva conservato le chiavi di casa e quel giorno gliele aveva restituite. Tirai un sospiro di sollievo, in fondo la loro storia era finita ed io mi ero solo trovato al momento sbagliato nel posto sbagliato. Come al solito.
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Contravvenendo alle regole, Elena mi rivelò alcuni particolari dell'indagine che stava seguendo in tutto il Sud Est barese facendomi giurare di mantenere il segreto fino a quando l'operazione non avesse avuto seguito. Di fatto ero sempre un giornalista e potevo approfittare della situazione per fare un bel colpo. Le cose stavano andando tutte al loro posto e in questo complicato puzzle io ero una pedina fondamentale.
Anche la Procura da anni seguiva le tracce di questa fantomatica setta dell'angelo dai cento occhi, tanto è vero che un agente in borghese aveva, sotto mentite spoglie, aderito al gruppo per seguire da vicino i loro spostamenti e raccogliere le prove necessarie per incastrare i criminali. L'uomo però era morto in un incidente stradale qualche giorno dopo la scomparsa di Anna. Nella sua ultima relazione di fatto parlava di me, e di come mi ero stranamente interessato alla loro attività. Per questa ragione Elena aveva voluto incontrarmi e per la stessa mi aveva messo alle calcagna un investigatore. A quel punto la situazione sembrava bloccata, ristabilire i contatti con questa gente appariva difficile: un anno di lavoro dell'agente morto sarebbe andato perso. Non senza tanta preoccupazione mi proposi come esca: dovevo incontrare la setta il 24 dicembre, la notte di Natale, in coincidenza con la nascita di Gesù ma anche con il giorno più corto dell'anno, il solstizio d'inverno in quella stessa notte i pagani osannavano il sole invicto. Era l'occasione per dare una svolta definitiva alle indagini. Solo dopo tanta insistenza riuscì a convincere polizia e Procura, firmai anche una dichiarazione con cui mi assumevo ogni responsabilità: quella notte fu per me una lunga notte, mi inserirono nell'orecchio un invisibile apparecchio per seguire i miei spostamenti e ascoltare e registrare le conversazioni.
Arrivai all'appuntamento con qualche minuto di ritardo, loro erano già lì che mi aspettavano. Mentre attraversavo le strade del centro storico avevo notato alcuni agenti che mi seguivano da lontano, altri avevano già preso posizione in altre zone, in giro c'era un certo via vai per via della messa di mezzanotte in Cattedrale. Prima di entrare in Convento, per non dare nell'occhio, l'uomo che mi aveva dato appuntamento mi portò verso la villa Belvedere: ebbe occasione così di darmi maggiori indicazioni. Non dovevo parlare o dire nulla, avrebbe fatto e detto tutto il nuovo messia. L'uomo che si presumeva fosse a capo dell'organizzazione. Feci esattamente come mi fu indicato. Appena varcata la soglia del Convento, esattamente dopo l'arco, invece di procedere per l'ingresso principale verso il museo archeologico, girammo a destra. A quel punto l'amico che mi accompagnava batté due volte con il tacco su una chianca e all'improvviso si aprì una botola sotterranea, c'erano dei gradini, li scendemmo e attraversammo un lungo corridoio illuminato da fioche luci. Camminammo per un bel po', fino a quando non arrivammo in una grande stanza sotterranea esattamente posta sotto l'abside della chiesa del Convento. Mentre venivo incappucciato con uno strano abito nero, come quello dei kukusclan, da dietro due grandi colonne comparvero altri personaggi incappucciati, dovevano essere una ventina circa: tutti in fila come in una processione procedettero verso il centro della stanza. Avevano allestito un altare: un grande tavola marmorea con delle candele nere poste ai margini e un crocifisso nero capovolto. Uno di questi, doveva essere il capo, si sedette all'unica sedia presente in tutta la stanza, un trono completamente rivestito in oro: in mano aveva un calice d'oro e un cofanetto. L'ambiente era alquanto macabro e buio: c'erano ceri dappertutto e una strana melodia riverberava in tutta la stanza. Avvertii un brivido di freddo. Forse la paura, forse perché effettivamente si congelava: la temperatura non era mai scesa così in basso come in quell'anno. Ci posizionammo davanti all'altare a mezza l'una, l'uomo che era al centro tirò fuori dal cofanetto una ostia e alzando le mani verso il cielo cominciò a recitare alcune cose incomprensibili in una lingua strana: arabo, aramaico non capivo bene, non riuscivo a seguirlo, ero sotto pressione. Ero protagonista di un rito satanico per evocare il diavolo e stringere un patto con lui, se mi avesse visto mia nonna. Forse fu proprio il suo pensiero che mi aiutò a superare ciò che accadde dopo: una donna completamente nuda venne fatta sdraiare ai piedi dell'altare, le avevano bendato gli occhi. Gemeva ma rimaneva ferma e immobile. Si stava compiendo il sacrificio: versare il sangue della vergine in nome di Satana. Avevo letto da qualche parte il compimento di questi atroci pratiche: i satanisti praticanti più moderati si limitano a sgozzare conigli o capretti. Qui il gioco invece si faceva serio. Uno degli incappucciati si chinò sulla donna alla quale nel frattempo avevano legato mani e piedi con delle corde bloccate da ganci in metallo. La penetrò. Lei aveva dei lunghi capelli neri, non riuscivo a vederle il volto, il suo corpo esile e pallido non si muoveva. Quasi sicuramente era stata drogata. Poi a turno sarebbe toccato anche a me. Ero vicino a quel corpo indifeso, quasi inginocchiato su di lei senza muovermi, il mio respiro affannoso rimbombava nelle mie orecchie, stavo impazzendo: ho cominciato a piangere. All'improvviso proprio come accade nei film polizieschi una voce ha urlato: fermi tutti. In quell'istante ho ripreso il controllo di me stesso. Era tutto finito. Forse.
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Dietro la setta si nascondeva un gruppo criminale organizzato che agiva tra Puglia, Campania e Inghilterra con lo specifico obiettivo di circuire giovani donne sole che fossero di sana e robusta costituzione. Venivano selezionate attraverso una finta agenzia di modelle accreditata da persone per bene del territorio con la promessa di contratti milionari: erano preferite le donne che non avevano legami, famiglia, mariti o figli. Dopo un finto servizio fotografico generalmente programmato in un lussuoso albergo della zona, tutto a carico dell'agenzia, le ragazze venivano così rassicurate dalla serietà delle persone che le accoglievano. Di fatto tra le cento che si presentavano, solo due o tre poi venivano effettivamente scelte. Finita la selezione l'agenzia ripartiva lasciando in attesa di una telefonata quelle a cui era stato promesso il contratto. La telefonata arrivava regolarmente ma in realtà il loro viaggio era senza ritorno. Una volta attirate con l'inganno in posti sicuri e nascosti venivano narcotizzate e trasportate dall'Italia in Inghilterra, a bordo di camion merci: legate e imbavagliate venivano rinchiuse in un doppio fondo del camion appositamente studiato per non far mancare loro l'aria. Destinazione un centro ospedaliero specializzato in trapianti: dovevano arrivare vive, poi ci avrebbero pensato medici conniventi con l'organizzazione a farne sparire le tracce. Cornee, cuore, reni erano beni che fruttavano milioni di euro, venduti sul mercato nero del trapianto di organi. Qualcosa di aberrante e assurdo ma che aveva un giro di affari esorbitante: tutto funzionava in perfetto ordine, quasi una sanità parallela ma criminale. La scomparsa delle ragazze, in varie città d'Italia non veniva mai associata all'agenzia: era coperta abilmente e non agiva mai nello stesso posto. Sceglieva come sede delle sue operazioni sempre paesini sperduti dove la credulità popolare porta ancora la gente all'esistenza delle streghe.
Questo meccanismo si era però inceppato per uno stupido errore: l'omicidio di De Nicola. L'uomo lavorava in un magazzino di frutta e verdura, stava caricando patate su un autoarticolato quando avvertì uno strano ticchettio provenire dal fondo del camion. In un primo momento pensò si trattasse di una bomba, con quell'aria di attentati che c'era in quel periodo; poi riflettendoci gli era parso quasi un rintocco, come una sveglia. Provò a battere il fondo del camion ed intuì che c'era del vuoto, si guardò attorno e provò a schiacciare una serie di leve che erano nella cabina, approfittando della pausa pranzo del camionista. Una di queste fece aprire la botola segreta dove era rinchiusa una donna. Il ticchettio era stato prodotto dall'orologio che questa indossava, non al polso bensì al collo grazie ad una sottile collanina. Il rapitore non l'aveva notato perché nascosto sotto il maglioncino. De Nicola però non fece in tempo ad avvisare nessuno, fu colpito alle spalle con un crick dal camionista che subito si allontanò dalla zona. Solo in un secondo momento intervennero i suoi complici, due infermieri specializzati, che lo finirono strangolandolo se non prima di avergli sottratto gli occhi cioè le cornee, abbandonandone subito dopo il cadavere sulla strada. Quello che è accaduto alla ragazza nessuno lo sa, forse era Giovanna o forse no, è rimasto un mistero di cui ancora la gente parla quasi fosse un fantasma, ed io ancora guardo dalla mia finestra sperando un giorno di rivederla.
Breve racconto di Mike Smith
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